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Se uno ascolta normalmente
RadioItalia e si ritrova in mano, o meglio, tra le orecchie questo disco può
reagire in due modi, diversissimi tra loro eppur allo stessa maniera
comprensibili: 1) terrorizzato, chiede asilo politico a casa di Mario Merola e Riccardo Fogli, sperando in una nuova imminente tournèè di Rosanna Fratello ; 2) stupefatto, si chiederà cosa cazzo ha ascoltato durante gli ultimi anni. Ma chiunque si pone all’ascolto di Microchip emozionale rimane stupefatto, a mio parere, stupito da qualcosa che in Italia poche volte si era ascoltato, prima della venuta da un pianeta poco conosciuto ai più (precisamente, Murazzi) di questo gruppetto di ragazzuoli (insomma, uno è papà e uno tra poco è mio nonno, ma sono gggiovani con 3 g dentro, questo è l’importante). Terrorizzati saranno rimasti probabilmente i programmatori radiofonici, avuto il primo impatto con questo disco: “e quale di questi pezzi così ballabili ma vieppiù astrusi sono dei potenziali singoli?” (Non metterei la mano sul fuoco che i programmatori radiofonici dicano vieppiù, ma mica io che uso questa parola a sproposito posso farmene un vanto) Alla fine si scoprirà che di potenziali singoli questo disco ne aveva ben 4, che prendono il nome di “Colpo di pistola” (pezzo bellissimo e cinematografico, condito dal forse più bel clip dei subsonica), “Liberi tutti” (feat. Daniele Silvestri), “Tutti i miei sbagli” e “Discolabirinto”. Che non a caso sono sì tutti pezzi ballabilissimi, ma allo stesso tempo molto belli e astrusi (ricordiamo il 7/8 di discolabirinto) (lo dico solo per fare vedere che lo so). Ma aldilà dei singoli e di tutto quello che sappiamo sulla collaborazione di Morgan in discoteca, e su tutti i i miei sbagli e la loro strategica partecipazione a Sanremo, c’è molto altro da dire su Microchip. E’ un disco pieno di idee, e anche – lo si deve dire, e non è retorica! – pieno di groove, che attira come una calamita l’attenzione di chi ascolta pezzi come “ll mio dj” o “Strade”. Quest’ultimo è un pezzo funky molto bello, in cui Pierfunk – prima di abbandonare il gruppo – dà dimostrazione delle sue capacità all’interno di un discorso drum’n’bass che i Subs portano avanti ormai da molto tempo. Ma è altrettanto bello come si articola tutto il disco attraverso la scaletta dei pezzi, che inizia con pezzi tirati, inframezzati da una ballad algida ed elettronica come “Lasciati” (qui e in “Strade” Samuel spiega a qualcuno cosa significa essere un cantante), riprende la foga con “Liberi tutti” per andare a “Il cielo su Torino”, bellissima dedica alla propria città da parte di un ispiratissimo scriba Casacci, ad “Albe meccaniche”, aggiunta nella versione postsanremese, che vede BassVicio esordire in un pezzo che nelle sue corde ha potenzialità sicuramente rock, o la finale “Perfezione”, brano degno di concludere un disco nevrotico, “figlio del nostro tempo”, come direbbe qualcuno, bellissimo, divertente, riflessivo, riflettente e, perché no, anche un po’ riflettore. |